Una Valle di mulini

Aggiornato il: apr 4

Un antico legame: la Val Brevenna e i suoi mulini.

L'abbondanza di acque è una delle ricchezze principali della Val Brevenna.

Diversi sono i rivi che, solcando gli scoscesi versanti, approvvigionano il bacino del torrente, il quale difficilmente presenta il suo letto completamente asciutto nella stagione estiva.

Questa preziosa risorsa naturale venne sapientemente adoperata dai valligiani per sfruttarne la forza motrice ed impiegata per azionare le macine dei numerosi mulini dislocati lungo la Valle.

Il mulino, per le comunità frazionali dell'epoca, rappresentava l'atto finale della faticosa agricoltura di sussistenza: la molitura di grano e cereali oltre a mais e castagne, per ottenerne preziosa farina.

Per questo motivo, quanto rimane dei numerosi mulini, li ritroviamo più o meno nelle vicinanze delle principali frazioni, a servizio delle stesse.


Già, ma quanti e quali furono i mulini esistenti nel tempo in tutta la Val Brevenna?


Certamente, fin da ora, specifichiamo che è impossibile stabilire quale fu il numero massimo dei mulini attivi nel corso del tempo, poiché affianco a quelli in attività, contemporaneamente, altri cessavano la loro funzione.


Ci limiteremo, per tanto, ad elencarne ed individuare quelli noti.


Discendendo la Valle dall'Antola, seguendo il Rio di Tonno, incontriamo il mulino di Chiappa Crosa o di Casareggio detto anche du Lessiu o du Musca.

Originariamente a servizio del borgo di Chiappa, fu in seguito acquistato da Alessio Peruzzo di Casareggio, detto appunto Lessiu, abitante di Casareggio che lo ebbe in gestione, passata al figlio, Antonio, detto Musca.

Poco più a valle, si notano i resti di uno più piccolo, ad uso della comunità del borgo di Tonno; dopo ancora si scorgono le rovine del muin du Bardun, proprio sotto l'abitato di Casareggio.

Dall'altro ramo da cui origina il Brevenna, lungo il rio dell'Orso, esisteva il mulino dei Fieschi di Senarega, sito appena sotto l'odierna Cappelletta della Madonna del Ponte, spazzato via, si dice, dalla disastrosa alluvione dell'Agosto del 1892.

Nel punto in cui il rio dell'Orso e il rio di Tonno uniscono le loro acque, troviamo i ruderi del mulino del Fullo, anticamente detto di Monteorsaro.

Discendendo il corso del torrente, ne esisteva anche uno asservito a borgo di Cerviasca, indicato in una carta settecentesca come mulino di Cerviasca.


Mulino di Casareggio

Poco oltre si scorge, ancora in buone condizioni, il mulino di Mareta o du Duardo.

Successivamente incontriamo l'antico mulino della Penola, mentre nel fondo valle centrale, appena oltre località La Cà, esiste ancora al giorno d'oggi il molino du Bàstian, non più in funzione, ma dotato della ruota in ferro.

Sempre seguendo il corso del basso Brevenna, ci si imbatte nell'abitazione che in passato fungeva da molino, il molino di Frassinello (un tempo detto molino di Caserza), mentre verso il tratto finale del torrente, in sponda destra, si celano i mulini di Granega.

L'insediamento dei mulini non era caratteristico solamente nel fondovalle, anzi, numerosi erano quelli costruiti lungo i rivi laterali affluenti del Brevenna.

Nel rio di Pareto esistono gli imponenti resti del mulino degli Staiolo e poco più a monte, il mulino di comunità del paese. Anche Porcile, sempre nel medesimo rio, disponeva del mulino di comunità (1), nel luogo detto prato del molino, nei pressi del piccolo borgo scomparso di Ravino

Sempre a Porcile, nel rio della Pendiesa, esiste il ristrutturato muin du Carruscin, con la particolarità di funzionare tramite un piccolo bacino artificiale di raccolta delle acque, che una volta riempito, azionava la grande ruota in legno.

Lungo il rio Clavarezza ne esisteva uno a servizio dell'omonimo paese, mentre quasi alla confluenza del rio della Scabbia con il Brevenna, si trovava u muin du Cuccio.

Dall'altro versante vallivo, lungo il rio di Frassineto, esisteva il complesso costituito da ben tre mulini, sovrapposti uno sull'altro, per utilizzare più volte la forza motrice dell'acqua, detti mulini du Manuelu.

Antica macina in pietra

Tornando all'utilizzo dei mulini, in tempi recenti i contadini erano piuttosto liberi nel decidere dove macinare il proprio raccolto.

La scelta ricadeva valutando tra il compenso dovuto al mugnaio, la qualità della farina ottenuta, o più semplicemente, la minore distanza del molino dal proprio paese.

Non così era, invece, nelle epoche più remote.

Durante il periodo feudale, infatti, il Signore locale esigeva il pagamento della tassa sulla macinazione, detta molinatico, perciò le frazioni erano vincolate a macinare i raccolti in determinati molini piuttosto che in altri.

A titolo di esempio, in un documento datato 1725, vengono elencati i paesi obbligati dal conte Fieschi a macinare al Molino di Frassinello "Frassinello-Cannerusse-Clavarezza, quando non ha acqua al suo proprio molino- quando pure non ha aqua al suo -Caserza–Cornareto-Moglia-Nenno di sopra. Per la villa dei Piani, i cui abitatori sono sudditi del Signor Marchese Adorno (…), tuttavia sono tenuti al detto molino di Frassinello.

Di più detto signor Marchese ha in dette ville di Caserza, Porcile, Nenno, Clavarezza, Canarulle e Frassinello delli sudditi, e pure sono obbligati al detto molino di Frassinello (...).

In conclusione, in tempi a noi vicini, dei molini della Valle fino agli anni '40 del secolo scorso, ne risultavano ancora attivi solamente cinque (2): quello di Frassineto, di Bastian, di Porcile, di Casareggio e del Fullo, via via chiusi e dimenticati, seguendo la triste ma inevitabile sorte della circostante campagna, un tempo coltivata.


(1) Da testimonianza di Firpo Michele.
(2) Annuario genovese fratelli  Pagano - guida di Genova e provincia 1941-1942.

Non sono uno storico, né pretendo di diventarlo. Ma da sempre con la passione per la storia e la cultura della Valle che fu.


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