Se g'ho avìu quarcosa, me l'arangiu mì

Partigiani e contadini in Val Brevenna 1943-1945.

Avevamo fama di essere intransigenti, ma anche onesti.

La gente lo sapeva e ci distingueva da quelli che a volte andavano a mangiare nelle osterie e se ne andavano senza pagare. In val Brevenna c’era chi faceva così; non facevano la guerra: sopravvivevano.

Ancora oggi lì i partigiani non hanno buona fama. Noi no: puliti, fucile lucido, educati, soldi in tasca. Battista in questo era esemplare. Sapeva che dovevamo affrontare situazioni difficili, in parte compromesse da altri. Facevamo una guerra dura, d’attacco. Le scie di quelli che sparano sono già abbastanza pesanti, non c’è bisogno di aggiungerne di nuove”. Parole di Ezio Bartoli (1923-2016), partigiano Martìn (con l’accento sulla i, in genovese), compaiono ne “La sega di Hitler”, una biografia della brigata Balilla pubblicata nel 2004 dallo storico Manlio Calegari (1).

Questa piccola brigata “volante”, di cui il sopra citato Battista era il comandante, dal 14 al 16 settembre del 1944 si fermò a Clavarezza, prima di trasferirsi all’Alpe, in San Clemente e poi, definitivamente, alla fine di quel novembre, in val Polcévera, sino al 25 aprile 1945.

Assieme all’altra volante, la Severino, che agì in val Bisagno (e che a sua volta trascorse qualche settimana in val Brevenna, a Frassineto, nell’aprile ’45), la Balilla fu scelta dal comando della Sesta Zona operativa (così definita in base alla suddivisione territoriale prevista dal Comitato di liberazione dell’Alta Italia) per portare la guerriglia a ridosso della città.

Ma non è questa l’occasione per parlare della Balilla: quel che ci interessa è che in val Brevenna – “ancora oggi”, come sostiene Martìn – dei partigiani non ci sarebbe un buon ricordo. In effetti nelle carte d’archivio e nelle memorie di paese è rimasta traccia di smargiassate, prepotenze, requisizioni di generi alimentari o bestie da soma.

In certi casi, furti veri e propri: partigiani garibaldini giunsero a disarmare altri partigiani accusati di ruberie, come a Carsegli, in val Pentemìna, e a Frassinello, nell’estate e nell’autunno del 1944 (2). E poi, in vista della fine della guerra, numerose esecuzioni di militari della Repubblica di Salò (parliamo di alcune decine) e di civili, spesso donne, ritenute spie al soldo del nemico, talvolta vittime di stupro prima di essere giustiziate.

Malgrado ciò, sono una trentina i valligiani di Valbrevenna che, tra il 1945 e il 1947, ricevono dalla commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane un attestato di partecipazione alla lotta di liberazione, come partigiani o patrioti (3).

Di questi, appena un terzo aveva effettivamente preso la via dei monti e le armi per combattere i nazifascisti. I più ottengono un riconoscimento per aver prestato aiuto – più o meno volentieri – a sbandati e partigiani (come Eugenio Reghitto, 1882-1966, e Severa Queirolo, 1888-1973, coniugi di Nenno), a militari alleati (come Linda Navone, di Cerviasca, 1908-1970), o perché arrestati in occasione di uno dei rastrellamenti nazifascisti (come Luigi Fontana, della, classe 1926, catturato assieme al fratello maggiore e rinchiuso alla Casa dello Studente di Genova), o per danni e furti subiti nel corso di quei rastrellamenti.

Tanti altri, pur avendo corso rischi d’ogni genere senza tirarsi indietro, non compaiono da nessuna parte: come Margherita Banchero, vulgo Irene, classe 1922, che dal suo paese, Mareta, si prestò in più d’una occasione a fare da staffetta per i partigiani del comando di Tassaie; o come Giacumin di Cavagè (Giacomo Poirè), classe 1885, oste a Frassinello, come racconta un quindicenne di allora, nostra fonte prediletta: “Ti o sé che u Giacumin o ghe n’ha fèto tanta, pulenta, ai partigièn, che arrivavan a tutte le ore, eh?

Da mangià nu l’è che ghe n’éa tanto… Arrivavan magari a seia a dex’oe, unz’oe, e lé u se metteiva lì e u feiva a pulenta. Poi mangiavan quello che gh'ea, eh? Perché no gh’ea tanto. Poi, t’ariveivan lì, careghi de armi, te l’imbelineivu in sce tòe. L’ean anche un po’ sensa senso, perché perlomeno e armi mettile in t’en postu che seggian ‘n pittinin ciù ascuse. Ma o Giacumin o ghe n’ha fèto tanta, pulenta…”.

Si trattava dei partigiani che poi vennero disarmati dagli altri partigiani e che a quel tempo alloggiavano in un cascinale ai margini del paese; alla sera andavano a mangiare nell’osteria.

Giacumin, per conto suo, aveva perso un figlio, il primogenito, Riccardo, classe 1916, alpino morto in Russia il 31 gennaio 1943 come tanti altri ragazzi della valle.

Una settimana dopo, quando ancora non si era saputo di Riccardo, era rimasto vedovo(4).

Un turista di lingua tedesca, un ex capitano dell’impero germanico nella I° Guerra Mondiale che frequentava Frassinello (“l’ea un che gh’ea cau camminà, o sciu Carletto, comme ghe dimmu nuiatri, perché parlava ben l’italiano”), una sera nell’osteria aveva detto a Giacumin e agli avventori che era giunto il momento di collaborare. “Ean tempi miga da parlà tanto e u Giacumin o g’ha dito: ‘Cun i tedeschi no, perché sun i nostri nemixi’, eh! Erano parole… A parte che erano amici, du resto ti ghe metteivu poco a purtate via… ci voleva anche un po’ di polso a dirci di quelle cose lì.

Ti peu anche passala brutta!”.

Un'otta u Giacumin, cu a conteiva – racconta ancora la nostra fonte –, i partigèn i g’han dito: ‘Giacumin, gh’ei miga quarchedun cu g’ha fèto quarcosa, cu g'agge fèto quarche mala assiun o che? Perché se mai nu dì che niatri anemmu e o levemmo subito da mezu’, eh?

E o Giacumin o g’ha dito: ‘Mi, nu, guardi: se g’ho avìu quarcosa, me l’arangiu mì, g’ha dito”.

Giacomo Poirè non è l’unico oste della valle a fornire assistenza e supporto a partigiani, fuggiaschi e renitenti alla leva: a Chiappa fu il caso di Nesto, Ernesto Rossi, mentre a Senarega c’era l’osteria di Giuseppe Bacigalupo, il figlio del quale, Aldo, classe 1920, risulta riconosciuto tra i partigiani combattenti nati in valle (5).

Grazie alla variegata documentazione giunta sino a noi, sappiamo pure che il 25 settembre 1944 l’ufficio informazioni del nono comando militare provinciale della GNR (la guardia nazionale repubblicana, uno dei corpi militari della Repubblica di Salò) informò i vertici della brigata nera genovese che “certo Repetto Giovanni, proprietario di osteria in val Brevenna, procura mezzi e denaro a formazioni ribelli operanti in val Trebbia e val Brevenna” (6).

In conclusione, è interessante riportare per intero una corrispondenza epistolare che ci restituisce al meglio il clima di diffidenze, incomprensioni e paure che governava i rapporti fra i partigiani e gli abitanti della valle.

Si tratta di uno scambio di bigliettini a stretto giro di posta l’uno dall’altro e che coinvolse il responsabile del “SIP” per la Val Brevenna e due partigiani di un distaccamento di stanza a Dova Superiore, in alta val Borbéra (7).

Il SIP, servizio informazioni e polizia, ossia la polizia partigiana, si occupava di sequestri di persona a scopo di autofinanziamento, di scambi di prigionieri, di spionaggio e controspionaggio, ma anche e soprattutto, come vedremo, di disciplina interna.

Responsabile per la val Brevenna era il partigiano “Vittorio”, alias Costante Bagnasco (1915-1981), di Torriglia, il quale il sabato 14 aprile 1945 si rivolge al comando divisione “Cicchero Pinan” (in realtà Pinan-Cichéro) e al comando SIP della stessa divisione: “Ieri due partigiani a nome Audace e Rino il primo intendente, e l’altro magaziniere del distaccamento Verardo si presentavano dalla famiglia Banchero Palmiro di Pareto per il prelievo di un mulo avendo da effettuare con urgenza trasporto di viveri e medicinali a Dova, senonché la moglie, non essendo a casa nessuno di uomini, le rispose che non avrebbe potuto consegnarglielo. L’Audace subito a questo si oppose, dicendole che non era il momento di rifiutarsi alla consegna di quanto ci aveva chiesto, perciò inasprendosi sempre più la discussione, è giunto al poco cortese gesto di dare uno schiaffo alla moglie del Banchero. Dopo qualche minuto chiamato dalla figlia un partigiano del S.I.P. fu raccontato il triste fatto. Quindi propongo immediata punizione al partigiano Audace, come voi ritenete necessario, senonché il trasferimento di distaccamento. Intanto pregherei codesto Comando a fare le scuse ufficiali alla famiglia Banchero Palmiro di Pareto notificando la severa punizione del partigiano questo per scolpare le formazioni partigiane, dell’atto maleducato di uno di quei pochissimi elementi che purtroppo vi sono nelle nostre formazioni”.

La moglie di Palmiro Banchero (1888-1969) era la Maria di Mattelin (Maria Rozzano, 1892-1952); avevano sette figli, il penultimo dei quali (ovvero, curiosamente, il sesto), Quinto Banchero (1930-2020), ricordava quell’episodio così: «Mio fratello Carmelo era del ’15, era nei pontieri, era stato catturato dai tedeschi in Montenegro all’8 di settembre ed era finito in campo di concentramento in Germania (è venuto a casa nel ’45, di maggio). Mario, mio fratello del ’20, era appena andato a Carrega – perché ogni tanto li prendevano, bisognava andare –, a portare dei materiali, della roba di mangiare per i partigiani. Dopo due giorni vengono da mia mamma, che c’ha detto: “C’ho già un figlio in guerra, prigioniero; quell’altro è venuto l’altro ieri da Carrega”, ma intanto il mulo l’han voluto prendere. Non si poteva dire di no, capisci com’è? Quasi tutti i giorni bisognava andare, portare di qua, di là» (8).

Quella che segue, invece, fu la risposta del partigiano Audace (Natalino Vergante, 1924-1975, di Novi Ligure), controfirmata dal suo compagno Rino (Luigi Sciaccaluga, nato nel 1925, giovane falegname genovese di Marassi). Risposta che, oggi, in tempi di #MeToo, farebbe impallidire qualsiasi catcalling e che ci dice quanta strada c’era ancora da fare, in quell’Italia che stava nascendo dalla Resistenza, lungo la via dell’emancipazione femminile.

Caro Vittorio, scusami se sono partito senza venirti ad avvertirti di quel fatterello che mi è successo a Paio, è la prima volta che mi succede una cosa simile, cioè di trovare sulla mia strada una donna così, ed è una cosa che dispiace perché si sa che le donne hanno la lingua lunga e non sanno quello che dicono; ed io, per non dire noi, partigiani, non si può tollerare certe offese. Bisogna cercare di rispettare i borghesi, ma farsi rispettare se non proprio in certi casi materialmente, moralmente almeno credo sia giusto. Oggi avevo dato parola che il mulo sarebbe giunto di ritorno a Paio, mi è dispiaciuto molto per la mia mancata parola ma il mulo secondo disposizioni del commissario lo porterà domattina un nostro partigiano; avverti se non ti dispiace la signora del mulo. Che la signora se daltronde gli ho dato un leggero schiaffo se lo è meritato e che non stia tanto a pensare vuol dire che un’altra volta imparerà a rispettare di più i partigiani. In tutti i posti che sono stato la popolazione mi è stata sempre più che amica e perciò non vorrei che a Paio esistesse una mia nemica, io voglio che mi siano tutti amici perciò dì a questa signora che mi scusi; e che io cercherò di dimenticare le parole troppo ofensive che mi son sentito dire. Scusami Vittorio se ti disturbo. Saluti / il partigiano Audace / Saluti / partigiano Rino”.


(1) 	Manlio Calegari, “La sega di Hitler”, Selene editori; pagina 85; 	prossimo alla ristampa, si può trovare anche online a questo link: 	https://www.netpoetry.it/la-sega-di-hitler/.
(2) 	Paolo Giardelli e Mauro Valerio Pastorino (a cura di), “Val 	Brevenna: segni, memorie e identità nel corso della storia”, 	2017, capitolo ventinove: “La Resistenza”, pp.357/361.
(3) 	Archivio ILSREC, fondo DV, busta 18.
(4) 	Archivio parrocchiale di Frassinello, stato delle anime del 1944.
(5) 	Quanto alle osterie della valle, si rinvia qui: 	https://www.ilbaulevalbrevenna.com/post/le-ventitr%C3%A9-osterie-della-val-brevenna?fbclid=IwAR3ZhO2TsEOl9XN2TmNr6m713i5sjxoPU6FKSQK3RJlR7DqOoUIwMsJjuwc.
(6) 	Archivio ISEC (Sesto San Giovanni), fondo Fontanella, fascicolo 184.
(7) 	Archivio ILSREC, fondo AM, busta 12, fascicolo 22.
(8) 	Testimonianza di Quinto Banchero, agosto 2013.

Per la foto di copertina si ringrazia la famiglia Lunardi di Sant'Eusebio

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